Gabriella Ghermandi

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Regina di fiori e di perle

Postfazione di Cristina Lombardi-Diop
Donzelli Editore, 2007
ISBN 88-6036-130-3
pp. VI - 268, € 21,00 - acquista

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di Paolo Rumiz - La Repubblica
di Daniele Barbieri - Carta
di Giulia Gadaleta - Carmillaonline
di Lara Crinò - D di Repubblica
di Barbara Romagnoli - Aprileonline


Debre Zeit, cinquanta chilometri da Addis Abeba, 1987: una grande famiglia patriarcale; un legame speciale tra il vecchio Yacob e Mahlet, la più piccola di casa. Lui la conosce meglio di chiunque altro: la guarda negli occhi, mentre lei divora le storie che lui le narra. Così, un giorno si mette a raccontarle del tempo degli italiani, venuti ad occupare quella terra, e degli arbegnà, i fieri guerrieri che li hanno combattuti.
Quel giorno, Mahlet fa una promessa: da grande andrà nella terra degli italiani e si metterà a raccontare... Un lungo viaggio nel tempo e nello spazio, in cui scorrono la vita e le vicissitudini di una famiglia etiope nel periodo della dittatura di Mengistu Hailè Mariam, e nel decennio successivo dell'emigrazione. Un romanzo che percorre oltre cento anni di storia, dal tempo di Menelik ai giorni nostri. Una narrazione che, come scrive Cristina Lombardi-Diop nella postfazione, «non riguarda solo la dimensione del passato etiopico, ma è anche un modo di interrogarsi sull'Idendità della memoria coloniale italiana».
A cavallo tra lingue ed etnie, tra nazioni e continenti, tra occupazioni militari e guerre fratricide, si dipanano le mille storie di questa Shahrazade dei nostri tempi, fiera delle sue origini etiopi ed eritree, e insieme capace di usare la lingua italiana con l'intensità e la precisione di un bisturi.

Dall'inizio del romanzo:

La promessa

Quando ero piccola, me lo dicevano sempre i tre venerabili anziani di casa: «Sarai la nostra cantora».
Attorno al braciere del caffè stavano le donne; loro in un angolo un po' discosto, imbozzolati negli scemmà bianchi, con quel singolare aspetto di uccelli protettori, benedicevano il caffè alle donne e osservavano tutt'attorno.
«È molto curiosa», bisbigliava con aria soddisfatta il vecchio Selemon. Gli altri annuivano muovendo lievemente la testa. Sapevano di quell'uncino irresistibile che mi agganciava l'anima quando gli adulti parlavano raccontando fatti e aneddoti di altre persone, e soprattutto quando raccontavano i segreti di Atò Mulugheta, ma quella è un'altra storia che un giorno vi narrerò.
«Talmente curiosa da diventare paziente!», bisbigliava il vecchio Yohanes. Gli altri due annuivano sempre muovendo lievemente la testa.
Ero capace di attendere per tanto tempo l'inizio di una qualche narrazione che nasceva per caso dalla bocca di una donna, mentre posava a terra la tazzina vuota del primo caffè.
«Talmente curiosa da diventare paziente e furba. Guardatela!», bisbigliava il vecchio Yacob, e i tre sguardi convergevano su di me.
Ai bambini non era permesso ascoltare i discorsi dei grandi e la curiosità era considerata maleducazione, ma io vi riuscivo senza essere notata. Mi mettevo in un angolo e intanto che le donne chiacchieravano giocavo. Ero capace di dividermi in due: da una parte il corpo intento in un gioco, che mi facesse risultare a occhi superfi- ciali non interessata alla situazione, dall'altra la mente, presente a ogni singola parola, ogni battito di ciglio che proveniva dalle donne.
Ero capace di mimetizzarmi come un camaleonte. Nessuna si era mai accorta di nulla, al punto che quando qualche donna, che aveva argomenti piccanti da riportare alle altre, buttava l'occhio su di me e per rassicurarsi chiedeva: «E la bambina?», mia madre rispondeva: «Non ti preoccupare, quando è immersa nei suoi giochi non si accorge del mondo che la circonda, potrebbe scoppiarle una guerra a fianco e non si accorgerebbe di nulla, vieni, siediti e racconta...!». Nessuno notava il guizzo ilare negli occhi complici dei tre anziani.
«Talmente curiosa da diventare paziente e furba!», bisbigliava il vecchio Yacob.
Lui era il mio preferito e ogni tanto allungava la mano per grattarmi la testa. Io sollevavo il volto e lui mi sorrideva, spalancando la bocca vuota con quell'unico incisivo superiore, che penzolava come uno straccio bianco appeso a una finestra aperta.
Io rispondevo al suo sorriso e lui piegandosi, come un uccello che si piega per becchettare, avvicinava il suo volto al mio e sussurrava: «Tienila stretta quella curiosità e raccogli tutte le storie che puoi. Un giorno sarai la nostra voce che racconta. Attraverserai il mare che hanno attraversato Pietro e Paolo e porterai le nostre storie nella terra degli italiani. Sarai la voce della nostra storia che non vuole essere dimenticata».
Poi ero cresciuta e mi ero scordata delle parole e degli sguardi dei tre anziani di casa. Mi ero scordata pure di quel giorno in cui il vecchio Yacob aveva aperto di scatto la porta della cucina che dava nel cortile secondario, ed era uscito. I gatti accucciati sul pianerottolo delle scale....

 

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